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"I canti dei menestrelli" di Daisy Lumini e Beppe Chieirci

Schede Libri e CD > Musica
 
I CANTI dei MENESTRELLI
 

Nel 1973, oltre quarant’anni fa, il Servizio delle Pubbliche Relazioni delle Acciaierie di Piombino, nella persona del loro responsabile Umberto Corsini artista e grafico raffinato, mi proposero di realizzare la registrazione audio dello spettacolo teatrale "I canti dei menestrelli" che da mesi Daisy Lumini ed io, portavano in giro per l’Italia, da inserire unitamente ai testi letterari e alle prestigiose presentazioni di Aldo Palazzeschi, Gianfranco Contini e Grytzko Mascioni in un prezioso cofanetto in tela pregiata realizzato in alcune centinaia di esemplari fuori commercio e destinato come strenna natalizia per V.I.P. in quell’anno.
Oggi grazie agli amici sardi delle Edizioni “Il cenacolo di Ares” quel nostro lavoro destinato originariamente sotto forma di long-play a pochissimi eletti è finalmente a disposizione, sotto forma di CD con tanto di libretto, di chiunque vorrà accostarsi alla scoperta dei duecenteschi grandi poeti e musicisti trobadorici, autentici antesignani della “canzone” d’amore e non soltanto.
Ho chiesto espressamente agli editori che il Cd porti la menzione “in ricordo di Daisy Lumini” che mi fu eccelsa guida musicale, nonché complice e compagna di vita e d’avventura artistica per 10 anni. Daisy ed io, abbiamo sempre considerato che "I canti dei Menestrelli" rappresentasse il nostro lavoro più compiuto, colto e raffinato. Ricordo che spesso ci rammaricammo, in cuor nostro, che la sua testimonianza sonora rimanesse in Italia per sempre racchiusa nei suoi rari e preziosi cofanetti 42x33 cm. di tela pregiata.
Beppe Chierici



Sono molte le ragioni che hanno ispirato la composizione di questo cd e una più dell’altra degne di encomio. Prima fra tutte quella di aver ritrovato per ciascuna poesia il commento musicale, la propria musica che mira a ricordare, se qualcuno lo avesse dimenticato, la stretta, inscindibile parentela che ci fu sempre fra musica e poesia, musica che la poesia ha in sé e il commento non ha altro fine che quello di scoprirla.
 
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Altra ragione di plauso, non minore di questa, è di aver riproposto all’attenzione degli amatori la poesia Provenzale, dei Trovieri, che ci dimostra che la poesia quando è genuina, sia fuori del tempo, componimenti scritti quasi mille anni fa ci appaiono espressioni umane e ingenue di vita attuale; poesia nuda che sembra scritta per i poeti esclusivamente per vivere con essi la più segreta intimità.
 
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Allo scopo di diffonderla, taluno s’incaricò di rivestirla secondo il gusto dell’ora, con magnificenza: la storia, la cronaca dei fatti dei costumi e delle idee, ma che ne costituiscono la parte caduca, destinata alla polvere.
 
Se un giorno dovesse cadere tutta l’impalcatura che forma la Commedia di Dante, in mezzo a tante rovine si vedrebbero sbucare qua e là dei fiori di incantevole freschezza: la poesia Provenzale è come quei fiori, ma senza le rovine.
 
Aldo Palazzeschi
 
Roma, novembre 1973
 


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Muovendo dall’ovvia constatazione che la lirica in lingua d’oc era, almeno nella sua produzione classica, tutta lirica musicata, e che gli inventori di quegli incantevoli libretti erano di massima anche inventori delle melodie. Fummo in particolare noi italiani, “siciliani” o stilnovisti, a rompere letterariamente questa beata simbiosi.
 
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Il divorzio, del resto, non fu soltanto italiano, se sulle varie decine di canzonieri manoscritti, redatti di là o di qua delle Alpi, che ci hanno tramandato un’alta pagina di civiltà qual è la poesia trobadorica, non più di un paio, conservano le melodie, uno trascritto in Linguadoca, uno, di gran lunga il più importante, nel Nord d’Italia, il canzoniere oggi all’Ambrosiana. Questo si ripete per giustificare, pur deplorandolo, , lo spacco che separa i pratici dei testi verbali e i pratici dei testi melodici. Ma ciò non valga a ritirare fra gli “aficionados” un capitolo i cui valori meriterebbero di essere fruizione comune, sottratta al tanfo biblioteconomico del laboratorio. Questa è stata manifestamente l’intenzione di chi ha promosso l’acclusa registrazione, per ringraziare del cui limpido piacere vorrei solo non trovarmi sulla linea di semi-incompetenza, linea che per altro le più giovani leve mi pare stiano felicemente abbandonando.
 
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Senza alcuna palese indicazione ritmica, senza alcun accompagnamento strumentale, ben si comprende come la maggiore difficoltà dell’interpretazione e della trascrizione consiste nello stabilire il ritmo d’una tal melodia. Come modello ideale si offrì la restaurazione del canto gregoriano operata dai benedettini di Solesmes, il cui  “metodo del tutto intuitivo” consistette nel “ tradurre in suono quegli antichi segni musicali, cantarseli”: il ritmo libero fu acquisito “ mercé esercizio ed affinamento della pronunzia, della lettura, della declamazione”.
 
Per una simile avventura (“una delle più belle avventure dello spirito artistico”) sono passati in sostanza, a modo loro, i promotori dell’esperienza qui registrata, fondando sopra un’amorosa intuizione il tentato recupero dei valori fonici.
 
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La solida e squisita voce di Daisy Lumini, voce femminile ardente ed educata, punteggiata da un sobrio accompagnamento retto da un’intuizione estemporanea, sillaba qualche volta la fonicità originaria, più spesso un equivalente italiano che ha l’ambizione di renderne la portata, ancora più che semantica, timbrica. Non la valuterò in termini di esattezza, ma di gusto e d’intelligenza, che sono positivi.
 
Per quanto riguarda l’Italia, alla “Fiorita di liriche provenzali” osata dal valentissimo Canello con la benedizione del Carducci che lo chiamava il “signor Canello”, non esito a preferire “il sig. Chierici”.
 
Gianfranco Contini

 
 
 
Quando, nella vecchia casa romana di via dell’Orso, luogo dei nostri fraterni incontri, Daisy si provava, le prima volte, a dar voce e canto ai testi e alle musiche provenzali che Beppe via via cercava e trovava, il gusto della loro scoperta era anche cosa mia. Così partecipavo sul nascere alla nuova gioia e alla nuova avventura nella quale i miei due amici si erano trovati coinvolti per quelle misteriose e amorose ragioni che nemmeno loro saprebbero esattamente ridire, ma ai cui risultati mi hanno ormai, felicemente , abituato. E certo, era una meraviglia assistere allo sgretolarsi delle mie poche e vecchie nozioni scolastiche, che rivelavano, dietro la solita maschera gessosa, la vita vera e musicale della letteratura - ma preferirei chiamarla  testimonianza umana – dei trovatori, dei trovieri e dei menestrelli. La chitarra luminosa di Daisy, la sua voce chiara e forte e tenera, le parole di Beppe, la sua istintiva a sorprendente destrezza nel pronunciare in un italiano semplice e persuasivo ma anche  poeticamente inventato i versi di lingue quasi del tutto perdute, il vino e l’amicizia di quelle lunghe sere che facevano, tutte insieme, come un piccolo teatro nel quale si recitava, a soggetto, , la ricreazione d’un mondo sepolto. Canzoni d’amore confidente o disperato, scoppi di genuina allegria popolare e sanguigne invettive civili, colte schermaglie cort4esi e liberi slanci nell’azzurro di alte accensioni liriche, erano il corpo stesso di una rivelazione al cui fascino non potevo sottrarmi. Per me, avevo bisogno che la splendida impresa di Daisy Lumini e di Beppe Chierici diventasse anche un po’ mia, testimone involontario e fortunato e subito innamorato: così decidemmo insieme di aggiungere alle parole e alla musica le immagini che divennero quattro piccoli film, prodotti dalla televisione svizzera. Raramente sono stato così pienamente convinto di un mio lavoro: e convinto fu anche il pubblico, che avvertì come una sorpresa e un dono la possibilità che gli era stata offerta di conoscere un universo di poesia del tutto ignoto eppure straordinariamente vivo, moderno, attuale. Ma il pubblico, decretando successo pieno a una materia  che sulla carta si presentava abbastanza ostica e esclusiva, forse avvertì qualcosa di più : una specie  d’incantamento sentimentale, vissuto con una sincerità che, quando c’è, si sente e rende ogni cosa più facilmente comunicabile. Quel nostro incantamento, durò per tutta una stagione serena di lavoro e passione e dura ancora: ma è bello sapere che oggi non dura più soltanto per noi. E’ il significato segreto, ma non troppo, di questo disco che risento soprattutto come una proposta di incontri felici, di condivise gioie e scoperte,  che tutti possiamo , con daisy e con Beppe,vivere e rivivere nel segno di valori che, che anche in questi tempi duri, a resistere ce la fanno, a dispetto di qualsiasi crisi: la poesia, l’amicizia.
Grytzko Mascioni
 
Lugano, dicembre 1973

 
 
 
Note sull’esecuzione
 
Ho incontrato con gioia Daisy Lumini e Beppe Chierici in questa loro ri-creazione e scoperta dei canti e della danze dei menestrelli, ai quali essi hanno ridato uno squisito sapore popolare che li rende nuovamente attuali e vivi. E sull’apertura di queste “vivificate” linee melodiche e ritmiche ho inseguito una mia fantasiosa immagine dei suoni dei menestrelli, insistendo con tutti gli esecutori perché si considerassero per un momento, dei giullari, dei nomadi che avendo appreso questi canti e avendone fatta una personale trasformazione, ora li eseguissero in giro per le corti e per i villaggi. Ognuno ha perciò suonato con libertà di accenti, di inflessioni e con “portamenti” quasi zingareschi. Piuttosto  che inseguire un vano rigore filologico ho preferito fantasticare sul virtuosismo e sulle intuizioni di questo sanatori erranti che tanta ammirazione avevano raccolto in tutto il medioevo, sia negli ambienti colti che presso il popolo.
 
Per l’esecuzione dei brani considerazioni e necessità del tutto pratiche mi hanno indotto ad accoppiare a strumenti di pura tradizione trobadorica e giullaresca, quali la ribeca, la viella, gli zufoli, le percussioni, i pifferi, il flauto dolce  e i liuti, altri strumenti  di uso più tardo come la viola da gamba, la viola soprano, il flauto traverso, l’oboe, la tiorba, la chitarra.
ETTORE DE CAROLIS
 
 

GLI ESECUTORI :  
 
Daisy Lumini : canto, fischio, liuto a 6 corde.
 
Beppe Chierici : canto
 
Ettore De Carolis : ribeca, viella, chitarra, tiorba, liuto a 6 corde d a 11 corde.
 
Nicola Samale : zufolo, flauti (dolce in do, dolce in fa, traverso.
 
Giorgio Battistelli: percussioni ( tam-tam grave, tamburello basco, crotali, cimbali, timpani)
 
Leonardo Boari : violone, viola da gamba.
 
Francesco Splendori : zampogna.
 
Ermete Curina : oboe.
 
RICERCHE MUSICALI : Daisy Lumini
 
Ricerche letterarie e traduzioni in italiano : Beppe Chierici
 
Arrangiamenti musicali : Ettore de Carolis
 
Tecnico del suono : Franco Uggeri


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