"W Brassens per altri 100 anni!" di Beppe Chierici - Cenacolo di Ares

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W Brassens per altri 100 anni! - Beppe Chierici


Cantare a quattro mani: Beppe Chierici e Georges Brassens
Beppe Chierici è il testimone del mondo di Georges Brassens e non soltanto un traduttore delle sue canzoni. Ha incominciato in gioventù a dedicarsi alla trasposizione in italiano delle storie raccontate in musica dal grande cantautore francese e ora, alla bella età di 84 anni, pubblica altre 27 canzoni, alcune tradotte di recente, altre limate e completate nel tempo, proprio alla maniera di Brassens. Se il titolo del primo LP, Beppe come Brassens, può già essere considerato emblematico: il titolo di quest’ultimo album, doppio CD del 2021: W Brassens per altri 100 anni, strizza l’occhio, in pieno stile Chierici, al centenario della nascita di Georges. Si tratta di un bel complemento all’opera omnia delle traduzioni che Beppe, con spirito divulgativo, ha voluto dedicare al suo grande modello, in questa data in cui ricorre anche il quarantennale della sua scomparsa.
Nel mosaico dei traduttori di Brassens che, non dimentichiamolo, è il cantautore più difficile da tradurre – per la complessità dei suoi versi e per la rete di riferimenti francesi – ma al tempo stesso, paradossalmente, è anche il più tradotto al mondo, Chierici è il traduttore amico. Il che gli conferisce una specificità che travalica l’aspetto artistico. C’è stato, in passato, un altro traduttore amico di Brassens, Pierre Pascal, ma le sue versioni in spagnolo sono state interpretate da un altro comune amico, il grande Paco Ibañez che le ha portate al successo e che spesso viene identificato come il traduttore stesso. Essere al contempo l’interprete, il traduttore e l’amico è un primato che Beppe assume e vive in modo esemplare, con affettuosa fedeltà. L’amicizia è la molla del suo lungo percorso di traduzione.
Personaggio multiforme, rude e tenero, schietto e divertente, Beppe Chierici è un attore che racconta, con la sua voce particolare, quelle storie di Georges che, da traduttore, riesce a filtrare senza “falsificarle” nell’altra lingua. Una sorta di appropriazione, segreta e spontanea. Tutti i traduttori vogliono diffondere le canzoni di Brassens, ma Beppe, in più, fa emergere, attraverso il ricordo, la dimensione dell’uomo, del cantante, oltre a quella dell’autore. Beppe è il coinvolgente portavoce del messaggio di Georges, in grado di ricostruirne quel fondo di umanità sempre presente, anche nelle situazioni apparentemente spassose.
Rapportarsi a Brassens è tema dominante nella vita e nell’opera di Beppe Chierici traduttore. Con due fasi distinte. La prima incomincia in Africa, negli anni Sessanta. Racconta che, mentre camminava nella giungla, le parole delle canzoni di Brassens gli venivano in mente direttamente in italiano. Si direbbe che abbia voluto poi evocarla, questa sovrapposizione, con gli inserti dell’originale di Brassens che ogni tanto fanno capolino, nelle canzoni. “Georges Brassens, si divertiva a cantare con me… per questo lo voglio presente”, mi ha detto. E questi momenti ludici e sentimentali diventano la specificità delle sue traduzioni, dei suoi spettacoli e pure di quest’ultimo disco. “Avevo bisogno dell’approvazione di Brassens, prima di pubblicare le traduzioni… la sua generosa presentazione del disco fu una sorpresa.” Grande privilegio, presentare le versioni italiane direttamente all’autore. E Beppe ci tiene a puntualizzare: “Georges ha amato i miei primi arrangiamenti, diceva che l’avevamo reso solare… Non mi ha accettato perché lo traducevo, c’è stata una corrente di simpatia e di affetto! Mi ha anche portato in tournée con lui”.
La seconda fase, una ripresa dopo un lungo silenzio a seguito della morte di Brassens, è più ricca di pathos; è l’espressione compiuta dell’età matura. Due momenti di un’unica avventura: far conoscere ‘il suo’ Brassens in italiano e a suo modo, ovvero rileggendolo e riscrivendolo il più fedelmente possibile. Dichiara che “Brassens non ha assolutamente bisogno di essere reinventato” e che lui, Beppe, mai e poi mai potrebbe allontanarsi, traducendolo, dal suo modello perfetto, per adattamenti più arbitrari. Uomo di spettacolo – “Sono un giullare della canzone”, dice di sé – modella il suo cantante sulle sue corde più genuine, pur volendo essergli fedele.
La pratica traduttiva di Chierici investe tutta la sua vita e sa filtrare nuove parole capaci di trasmettere l’emozione. È soggiogato dalla rima in Brassens, dall’importanza delle sonorità dei suoi versi e avverte la necessità di riprodurne la magia in italiano. È il compito e la forza della canzone, che la traduzione riesce ad ampliare.
Nell’interscambio traduttivo, trova spazio anche il ruolo del traduttologo, soprattutto se non si tratta di opere del passato, bensì di un prodotto di rapida fruizione quale la canzone e se c’è conoscenza diretta fra il critico e il traduttore stesso. In tale ottica, mi preme fare qui un riferimento alla mia esperienza. Tanto tempo fa, nel mio primo articolo sulle traduzioni di Brassens, avevo disapprovato una certa tendenza alla letteralità delle traduzioni di Chierici che portava all’uso di un lessico a volte desueto, con parole troncate a fine verso per mantenere le rime, il che mi era parso un indebolimento del valore poetico. Nel gioco delle comparazioni, per altro legato al testo scritto con il supporto di audiocassette su cui un amico mi aveva registrato i dischi, introvabili, avevo preferito altre versioni che ricreavano la poesia e i personaggi di Brassens nella realtà italiana. All’epoca, non avevo ancora preso la misura della canzone e delle sue specificità; del fatto che l’interpretazione trasfigura il testo. La vecchia e sempre attuale opzione traduttiva: il testo tradotto deve andare verso il testo di partenza o spostarsi verso la lingua e la cultura di arrivo? La fruizione delle canzoni, la preferenza per una ricreazione artistica, avevano avuto il sopravvento sulla congettura più tecnica che porterebbe a giustificare comunque la scelta del traduttore. Poi, non si trattava di sola poesia: erano canzoni. Ecco quindi entrare in gioco e imporsi l’interpretazione, la voce, la scena. E il mio rigido giudizio cominciò a sfumarsi. Scoprii che interpreti di Brassens cantavano le traduzioni di Chierici, cominciai a riflettere. Soprattutto perché, in fondo, Beppe non era molto conosciuto dal grande pubblico. C’era quindi un successo di nicchia. La traduzione aveva svolto il suo ruolo importante di comunicazione, i temi di Brassens erano rispettati e diffusi. Lo stesso Brassens si era, del resto, riconosciuto in quelle canzoni più “trasparenti”, l’aveva dichiarato. Forse, la mia critica è stata comunque costruttiva, ha contribuito a rivelare allo stesso autore che avrebbe potuto trovare altre vie per tradurre Georges, sviluppare nuove potenzialità operando delle scelte lessicali più vicine alla realtà italiana, con il risultato di far venir fuori belle proposte traduttive legate al testo poetico di partenza.
Terminerò la mia presentazione citando alcune traduzioni che ho particolarmente apprezzato; per esempio, Nanà, ovvero Bécassine. Qui Chierici è riuscito non solo a rispettare lo schema rimico, ma anche a riprodurre fedelmente il metro; ricorre infatti ai novenari che sono l’equivalente degli octosyllabes dell’originale. La sua versione è ben caratterizzata dalla coerenza delle scelte lessicali dal sapore arcaico: reame, certame, araldi, beltà, ecc., che ci conducono in un universo di racconto antico. Il piano della narrazione della canzone si intreccia con quello, più generale, delle storie. Bécassine è infatti l’eroina, un po’ ingenua, di un classico fumetto francese che compare nel 1905. Il personaggio, molto noto e stereotipato, è quello di una ragazza di campagna, nella fattispecie bretone, con la sua tipica cuffia. Il nome stesso che corrisponde al beccaccino ha, fra le sue accezioni, il senso figurato peggiorativo di “donna stupida o ridicola”, con riferimento al sistema di valori arretrato di chi proviene dalla campagna. Bécassine viene da un altro luogo e da un altro tempo e Brassens – forse anche rendendo omaggio alla Bretagna che tanto amava – la trasforma, come spesso avviene nella sua scrittura poetica, e ci tramanda l’archetipo della fanciulla semplice e di umile condizione, ma sicura di sé e capace di scegliere la persona da amare, di seguire il suo cuore. Non potendo rifarsi a tale tradizione francese, Chierici riscrive le vicende di una fanciulla che rassomiglia a quella dell’originale; una storia vecchia e nuova, atemporale come spesso sono quelle raccontate da Brassens. Interessante il modo in cui è tratteggiato il co-protagonista della canzone: Beppe ne fa un saltimbanco, un ignoto trovatore, un menestrello, inserendolo quindi perfettamente nell’universo di Brassens, ricco di menestrelli che, nel loro andare, incrociano le vite delle fanciulle. Si pensi a La princesse et le croque-note, che Chierici aveva tradotto La principessa e lo strimpellatore (nell’album Brassens amico mio), oppure all’altro celebre musicante, Le petit joueur de flûteau, tradotto Il giullare (in La cattiva erba, CD 1). Il menestrello di questa canzone è un “menestrello da strapazzo” un lessema che ben si adatta allo stile di Chierici e che qui corrisponderebbe a un innamorato “non selezionato, scelto alla rinfusa” (un amoureux de tout-venant). Chierici sviluppa, traducendo, le connotazioni del personaggio: dal termine robin, che in francese significa “uomo da poco” costruisce un efficace riferimento culturale, coerente con l’insieme “fiabesco”: Robin Hood, e ci narra che un Robin Hood del popolino / Quella storia un dì narrò / e il tempo ce la tramandò. La conclusione, variata da Chierici, che tralascia la ripetizione di alcuni versi all’interno delle strofe, ritorna all’idea della storia tramandata. Quindi, modificando l’ultimo verso che è una ripresa dei versi ripetuti più volte, sovrapponendolo al menestrello che canterà il suo amore fino alla morte, mette in primo piano un altro elemento fondamentale dell’opera di Brassens: il tempo.
Un’altra canzone in cui lo schema rimico è fedele è Il ventidue settembre (Le vingt-deux septembre); qui l’ultimo verso si ripete identico da una strofa all’altra, (con l’eccezione dell’ultima strofa, il cui ultimo verso si distingue dai precedenti). Il secondo emistichio del v. 3, che Brassens ripropone ad ogni strofa (en souvenir de vous), è leggermente variato da Chierici che si rivolge alla donna amata con un anticheggiante “Voi”. Anche in questa canzone metro e cadenza subiscono delle variazioni rispetto al francese, ma ciò non toglie nulla alla cantabilità del testo. La conclusione, significativa nell’insieme del testo, Beppe la lascia, in filigrana, a Georges, facendo intervenire la sua voce.
Per Chierici la fedeltà alle rime di Brassens è fondamentale e diventa il fattore determinante per il raggiungimento di una traduzione cantabile. Ne è un esempio Basta attraversare il ponte (Il suffit de passer le pont) in cui lo schema rimico è identico a quello originale e permette di superare un’imperfetta fedeltà sul piano metrico, con l’oscillazione fra novenari e decasillabi. È riscritta fedelmente la storia ed è ben ricomposta la gaia atmosfera della canzone, con il valore aggiunto, nel testo, di una frase idiomatica, nascere sotto una buona stella: Perché il nostro amore oggi è / nato sotto una buona stella (Lors, ma mi’, sans croire au danger, / Faisons mille et une gambades). Bella la sostituzione floreale della primula (la primevère), cogliendo la quale il poeta dichiara il suo amore: Je n’ai jamais aimé que vous, con un altro fiore (per altro ricorrente nel mondo di Georges), il non ti scordar di me. E il nome del fiore viene a fondersi con il messaggio d’amore. Un altro tocco di delicatezza è dato, all’ascolto, dalla presenza di una voce femminile, il che fa “materializzare” la coppia, con un dolce riferimento privato: la voce è quella di Mireille Safa, la moglie del traduttore.
A Parigi, canticchiare con Brassens, nel suo camerino al Bobino. E poi continuare a tradurre e cantare le sue canzoni per tutta la vita. Una esperienza che fa sognare, quella vissuta da Beppe Chierici in quel teatro che Brassens prediligeva e che lui ha potuto frequentare insieme agli amici, ammesso persino ad aiutare il suo segretario nella buca del suggeritore, assistendo ai suoi concerti da un osservatorio eccezionale. Quei testi che reggeva fra le mani per eventuali amnesie di Georges, Beppe li ha conservati ben stretti e li ha interiorizzati, per poi riprodurli, traducendoli; come dichiara: “Essere suo amico, è stata la grande avventura della mia vita! Ho avuto questa immensa fortuna e ho voluto che tanti altri conoscessero la sua poesia”. Un coinvolgimento emotivo che si trasforma in energia creativa e che, attraverso il processo di traduzione, porta al pubblico italiano le canzoni di Brassens.
Mirella Conenna

Descizione  prodotto
Anno di pubblicazione 2021
Titolo: W Brassens per altri 100 anni!
Auore: Beppe Chierici
Elaboratore musiche: Igor Lampis
Formato: doppio CD (27 canzoni)
Prezzo: Euro 15
Codice a barre 8016670153405.
DISPONIBILE

W Brassens per altri 100 anni!
Musica
Anno di pubblicazione 2021
Titolo: W Brassens per altri 100 anni!
Auore: Beppe Chierici
Elaboratore musiche: Igor Lampis
Formato: doppio CD (27 canzoni)
Prezzo: Euro 15
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