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Apologhi e Visioni

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PRESENTAZIONE
 
Apologhi e visioni è una raccolta di nove racconti, scritti fra il 2004 e il 2011.
 
Il libro non ha un unico filo conduttore tematico o stilistico. Come suggerisce il titolo, si possono tuttavia suddividere i racconti in due gruppi. Fra gli apologhi rientrano: Sol Invictus, Lettera aperta, Terre promesse, Dei delitti e delle pene. Si tratta di composizioni in cui la vicenda narrata o descritta viene presentata esplicitamente come esemplificativa di una tesi, sia pure non necessariamente esposta in esordio. Le visioni sono invece da intendere in due differenti accezioni del termine. 837 e La Danza del Giudizio Universale sono visioni oniriche, accostabili rispettivamente a un incubo (o un’allucinazione) e a un sogno ad occhi aperti intriso di magia. La Cittadella sul Confine e La Casa di Donna Noemi sono invece basati su esperienze vissute in prima persona dall’autore. Nel primo caso, la visione non è che un resoconto puntuale dei fatti accaduti, con l’atmosfera caricata unicamente dall’aggiunta del vissuto interiore dei protagonisti, lasciato emergere dai comportamenti e dalle scelte linguistiche e stilistiche più che esplicitato con excursus introspettivi. Nel secondo caso, l’esperienza reale è utilizzata come semplice punto di partenza per un racconto di invenzione, il cui carattere “visionario” è da intendere nel senso di un’adesione a un certo filone fantastico.
 
A metà strada fra i due gruppi, e in un certo senso completamente estraneo a entrambi, è il primo racconto del volume: Arrafieli e Lisandra. Potrebbe essere definito una “leggenda d’invenzione”. Nel senso che è stato composto come la riscrittura d’autore di una tradizione popolare locale, che però non esiste. Luoghi e contesto umano sono trasfigurazioni di realtà conosciute dall’autore, ma la vicenda narrata non è ispirata ad alcun fatto reale.
 
 
SINOSSI
 
Arrafieli e Lisandra. Il protagonista racconta in prima persona di essere andato al funerale di un lontano parente da parte di madre. Giunto al cimitero, ha scoperto che l’uomo sarebbe stato seppellito accanto a una donna sulla cui lapide figuravano cinque foto, che la ritraevano in diversi momenti della sua vita. Lo hanno colpito le differenze enormi fra i cinque ritratti. Si è poi imbattuto in cinque vecchie donne che gli hanno raccontato la storia dei due defunti: una storia d’amore di cui ognuna delle vecchie racconta una parte e sulla quale ognuna propone un diverso punto di vista. Al termine dell’incontro, il protagonista si scoprirà a mettere in dubbio tutti e cinque i racconti.
 
 
837. L’idea è ispirata a Sette piani di Dino Buzzati. Un uomo entra in uno stabile per un’incombenza burocratica e si ritrova in un mondo labirintico nel quale le persone entrano senza più uscire, rassegnandosi infine a viverci per il resto dei loro giorni. L’interno dello stabile è una rivisitazione claustrofobica della vita reale dei nostri tempi. Il protagonista scrive biglietti in cui descrive la situazione dentro lo stabile. Affida poi questi biglietti alle persone più diverse perché li portino con sé qualora trovassero la via d’uscita. Il racconto è il biglietto numero 837.
 
 
Sol Invictus. È una serie di istantanee sui pensieri di alcuni personaggi nel momento in cui apprendono la notizia della morte dell’imperatore romano Aureliano, nel 275. A seconda dell’estrazione sociale e culturale del personaggio, le riflessioni cambiano completamente tenore, gettando luce sui diversi aspetti dell’opera del defunto e della fase storica di inevitabile declino che la società imperiale sta attraversando.
 
 
La Cittadella sul Confine. È il resoconto quasi per nulla romanzato di un’esperienza kafkiana vissuta in una struttura universitaria cagliaritana. I protagonisti vagano per corridoi e stanze alla ricerca di un funzionario e del suo ufficio. Dopo una serie di episodi che sembrano impossibili, ma che sono accaduti davvero, si ritrovano con un pugno di mosche all’orario di chiusura degli uffici.
 
 
Lettera aperta. È scritto in forma di ricordo personale di un ex ufficiale delle forze dell’ordine. È il racconto di un episodio da lui custodito per trent’anni, ma che gli ha sempre instillato dei dubbi sul senso della professione che svolge. Riguarda un suo illustre predecessore caduto in disgrazia per un delitto di sangue. Il protagonista del racconto non sa decidere se l’uomo fosse effettivamente colpevole o meno. Nel primo caso, si tratterebbe di un esemplare tutore dell’ordine che d’un tratto si è comportato come il peggiore dei delinquenti. Nel secondo caso, quello stesso uomo sarebbe stato condannato per coprire un marciume intrinseco alla professione che svolgeva. Morì suicida in carcere, dopo essere stato vittima della stessa repressione poliziesca di cui era stato un geniale interprete. Il protagonista-narratore chiude la propria riflessione dichiarando di non sapersi decidere sulla colpevolezza o meno dell’uomo di cui ha raccontato la storia.
 
 
Terre promesse. È una serie di istantanee come Sol Invictus. In ognuna di esse, un personaggio sta lasciando la propria terra in cerca di fortuna. Da un’istantanea all’altra, le epoche storiche procedono sequenzialmente in avanti, e i viaggi che i protagonisti si accingono a compiere sono sempre verso ovest. Sicché, al termine del racconto (ambientato ai giorni nostri), si torna al punto di partenza.
 
 
La casa di Donna Noemi. Prende le mosse da un episodio realmente accaduto, ma lo svolge in maniera decisamente non realistica. Il protagonista, che racconta in prima persona, si accorge che, nei vari possedimenti del personaggio che dà il titolo al raconto, si trovano dei varchi spazio-temporali, che collegano con epoche passate. Allora comincia ad appassionarsi alle situazioni ed ai personaggi in cui si imbatte al di là di queste “soglie”. La sua curiosità è attratta soprattutto da due cose: vuole conoscere le origini della fortuna di Donna Noemi e vuole esibire le prove dei suoi viaggi nel tempo. Al termine della vicenda, però, comprenderà che il tesoro più prezioso che quelle avventure gli hanno lasciato non è un mistero da svelare o una sensazionale scoperta da sbandierare, bensì il vissuto di quell’esperienza, che non sarà mai del tutto traducibile in parole o in risultati materiali. L’impianto narrativo è costruito alla maniera di Poe, con una esposizione “filosofica” iniziale e lo svolgimento narrativo che la esemplifica.
 
 
Dei delitti e delle pene. È un racconto epistolare con un finale in forma di dialogo. Come indica il sottotitolo, si tratta di un apologo. I due protagonisti sono in carcere: uno condannato all’ergastolo, l’altro alla pena di morte. Sono amici da sempre e sono stati condannati per lo stesso crimine, commesso durante un “colpo” organizzato e realizzato insieme. La differenza di pena fra i due è frutto di un dettaglio tecnico, più che di diversi gradi di colpevolezza effettiva. L’abnorme durata della carcerazione che precede l’esecuzione del condannato alla pena capitale fa sì che il suo amico ergastolano muoia poco prima di lui, spingendolo a riflettere sulla condizione di entrambi: ergastolo e pena di morte sono due differenti gradazioni della stessa concezione punitiva, che intende la sanzione di un delitto come una privazione per il colpevole della libertà di decidere della propria vita.
 
 
La Danza del Giudizio Universale. È  composto in versi endecasillabi (dagli accenti secondari in posizioni poco ortodosse per smorzare l’effetto ritmico), ma disposto in prosa. È un racconto onirico, in cui una ragazza, sotto gli occhi del protagonista, porta lo scompiglio fra le vie di Cagliari trascinando l’intera città in un vortice di ballo, ebrezza e sesso. Al termine del racconto, il protagonista scopre di avere sognato tutto. Tuttavia, si imbatte anche in un personaggio che sembra essere uscito dal suo sogno per comparire nella vita reale.
 
 
DESTINATARI
 
Il libro è rivolto principalmente a un pubblico di adulti appassionati di narrativa. Il tasso di letterarietà è mediamente alto. Lingua, stile e tematiche non sono certo al servizio di ricerche formali o sperimentalismi semiotici, ma nemmeno si può dire che si pongano l’obiettivo di andare incontro al lettore. L’impegno del lettore non è sollecitato né alleviato. L’attenzione dell’autore è rivolta tutta all’atto del narrare, e ogni mezzo letterario impiegato ha spazio in quanto e nella misura in cui serve alla narrazione stessa. Citazioni, riferimenti storici, commistioni linguistiche, forzature ortografiche o grammaticali, dimensione ritmica e sonora in genere, ampollosità e stringatezza, autobiografismo e invenzione, il realismo e il suo opposto, non si trasformano mai in precetti di un “credo” letterario a cui si aderisca o dal quale si prendano le distanze. Sono invece concepiti sempre come puri e semplici strumenti nella bottega di un artigiano, il quale sceglie di volta in volta i più adatti allo scopo. E lo scopo è sempre raccontare una storia che presuppone qualcuno desideroso di leggere storie. Il gesto narrativo, a sua volta, è al servizio di un’idea, una presa di posizione dell’autore sul tema proposto. Quasi mai tale presa di posizione è esplicitata con meccanismi estrinseci alla narrazione stessa, ma ciò non significa che debba essere “colta fra le righe”: è chiara proprio perché l’intero racconto vi ruota attorno.
 
 
L’AUTORE
 
Emiliano Manca è alla sua prima pubblicazione.

"Apologhi e Visioni" di Emiliano Manca

Anno di pubblicazione 2017
Titolo: Apologhi e Visioni
Auore: Emiliano Manca
Copertina Morbida – 163 pagine b/n - Prezzo: Euro 13
ISBN 978-8-899-85097-5

Disponibilità immediata
13.00 € Aggiungi
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